Su Antigone

Donna sedutaNessuna città appartiene a un uomo solo.” Sofocle, Antigone

Antigone è una figura, alquanto profetica – del profetismo greco – di questa passione. In quanto opera d’amore, il suo sacrificio abbraccia i tre mondi in tutta la loro estensione: quello dei morti, ai quali la conduce la sua pietà, una pietà-amore-religione che le dice che deve stare tra loro più che tra i vivi, come se la sua vita sulla terra le apparisse come un’effimera primavera, come se ella fosse una Persefone senza sposo e che ha ottenuto soltanto una stagione, una primavera che non può essere ripetuta; il mondo propriamente terrestre, in cui è nata in un labirinto di viscere simili a serpi (il labirinto della famiglia); quello della guerra civile e della successiva tirannia (il labirinto della storia). E, compiendo il suo sacrificio con la lucidità che le rivela la Nuova Legge, che è anche la più remota e la più sacra, la Legge e basta, ella giunge fino al punto in cui nasce una società umana. È una figura dell’aurora della coscienza.

È a causa di tutto ciò che ella non poteva darsi la morte, e nemmeno morire come i comuni mortali. Nessuna vittima sacrificale muore con tanta semplicità. Vita e morte sono chiamate a vivere, unite, nel suo andare oltre [trascender]. Un andare oltre che non si dà se non in questa unione, in queste nozze.

E il supplizio al quale Antigone è stata condannata sembra inferto apposta perché ella disponga di tempo, un tempo indefinito, per vivere la sua morte, per consumarla consumando insieme la sua vita, la sua vita non vissuta, e con essa, insieme ad essa, la tragica vicenda della sua famiglia e della sua città. È quell’ultima dimensione della sua condanna che caratterizza la tragedia greca e che in lei risplende all’estremo: l’abbandono, il totale abbandono da parte degli dei. […]

La passione di Antigone si dà nell’assenza e nel silenzio dei suoi dei. All’ombra, si direbbe, di quel Dio Sconosciuto al quale gli Ateniesi non trascurarono di erigere un’ara. Fu ai piedi di questa, com’è noto, e dinanzi al silenzio degli Ateniesi, che San Paolo annunciò la resurrezione. La vertiginosa promessa creò un silenzio anziché una cieca precipitazione, una delle molte in cui prende vita la storia apocrifa – non per questo meno certa – che ricopre quella vera. […]

Non era possibile che Antigone, che aveva trasceso la legge della sua propria città e la sua stessa famiglia e i suoi dei, dovesse seguire, nella sua maniera di morire, il paradigma del totem ancestrale della sua terra natale: il solo essere passata dall’esilio la dispensava dal morire così, come le ordinavano. Nemmeno però poteva darsi la morte, come dice Sofocle. Antigone, in verità, non poteva morire in nessun modo. A meno che non si intenda un genere di morte che è transito, un lasciar qui la vita per portarsi via l’essere, anche se non tanto semplicemente. In una creatura di così compiuta unità, infatti, essere e vita non possono venir separati nemmeno dalla morte. Chi vive, indubbiamente, è un essere destinato alla morte. A un genere di morte, però, che lo rivela, dandogli con ciò una nuova vita. Nel momento in cui li raggiunge, infatti, la morte occulta certi “esseri” e altri ne rivela rivelando l’inestinguibilità della vita: nella storia e più oltre, in un orizzonte senza limite. Un trascendere rivelatore che è preferibile chiamare transito, e la cui immagine più fedele è quella di addormentarsi.

In questa classe di esseri – personaggi, ed eccezionalmente umane creature – l’occultamento si produce in modo diverso: con una tomba, quando viene loro data, e con un tempo di oblio, di assenza, come nel sonno. Con quest’oblio, si dà loro tempo. Il tempo che è loro dovuto, che coincide col tempo di cui gli uomini hanno bisogno per ricevere questa rivelazione, chiari che si aprono nel bosco della storia.

Giacché il bosco, sia detto di passata, prende forma, più che dai sentieri che vi si perdono, dai chiari che nel suo folto si aprono, pozzi di chiarore e di silenzio. Templi. Nel momento in cui l’uomo, invece di obbedire al comando di percorrere i suoi sentieri, vorrà sapere di questi chiari, la storia, il pensiero, comincerà a sbrogliarsi. I chiari che si aprono nel bosco, gocce di deserto, sono come silenzi della rivelazione.

L’occultamento è il tempo notturno del quale tutti gli esseri viventi di qui hanno bisogno per continuare a vivere. La discontinuità all’interno del dominio del semplice vivere prefigura la discontinuità della storia. Tempo di germinazione nell’oscurità dovuto, più che a chiunque altro, a quanti realizzano in qualche modo come individui la promessa della resurrezione, e alla legge della riapparizione che modula la storia. Senza discontinuità, la storia forse non esisterebbe, o sarebbe molto diversa: sarebbe accumulazione, o durata sovrapposta alla vita. […]

È una stirpe, quella che Antigone fonda o quantomeno ci dà a vedere. Nel linguaggio di oggi, un archetipo. Che rende riconoscibili personaggi poetici e umane creature conducendoli, come lei si conduce, più in là e al di sopra di se stessa. È la stirpe dei murati non soltanto vivi, ma viventi. In luoghi segnalati o nel mezzo della città, fra gli uomini indifferenti, dentro una morte parziale che concede loro un tempo che li avvolge in una specie di grotta che può nascondere un prato o in un giardino in cui viene offerto loro un frutto puro e un’acqua viva che occultamente li sostiene: sogno, carcere, a volte, silenzi impenetrabili, malattia, alienazione. Morti apparenti. Luoghi reali e, insieme, modi in cui la coscienza si conduce, eludendo e alludendo, dinanzi a quelle creature. Ed esse si occultano e riappaiono secondo numeri sconosciuti; tornano in un’apparizione che avanza alla maniera dell’aurora. […]

Antigone, stando a Sofocle, entra nella sua tomba lamentando le nozze mancate. Entra delirando. E solo allora intuisce, benché il poeta non lo dichiari apertamente, che se non le hanno consentito di avere uno sposo è stato perché in lei, attraverso il suo totale sacrificio, si sciogliesse il nodo delle sue vicende familiari e venisse in chiaro una volta per tutte la differenza tra la legge degli uomini e la legge degli dei e la legge vera che si libra al di sopra di esse: la legge che è più in alto degli dei e degli uomini, di loro più antica e di cui essi sono soltanto diafana profezia, com’è il caso di Antigone, o immagine deformata, come ogni forma di potere che ad essa non si sottometta. Ella comprende, a quel punto, che nozze umane non le aveva potute avere perché divorata sin dalla nascita dall’abisso della famiglia, dagli inferi della città. Ed è allora che si sciolgono a un tempo il suo pianto e il suo delirio. La giovinetta piange – come ha pianto Giovanna andando al rogo, come hanno pianto senza essere udite quante sono state sotterrate vive in un sepolcro di pietra o in una solitudine scavata nel tempo. E il delirio sgorga da queste vite, da questi esseri viventi, nell’ultima tappa della loro impresa, negli ultimi momenti in cui la loro voce può essere udita. E la loro presenza si fa unica, una presenza inviolabile: una coscienza intangibile, una voce che si leva sempre di nuovo. Finché la storia che ha divorato la giovinetta Antigone, quella storia che esige sacrificio, proseguirà, Antigone continuerà a delirare. Finché la storia familiare, quella delle viscere, esigerà sacrificio, finché la città e la sua legge non si arrenderanno, anch’esse, alla luce vivificante. E non sembrerà strano, così, che qualcuno ascolti questo delirio e lo trascriva il più fedelmente possibile.

Maria Zambrano, La tomba di Antigone

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