Prove di sperimentalismo democratico: una serata con Fabrizio Barca

943691_10201328098990439_1364661007_nHo letto con grande interesse la Memoria politica: un partito nuovo per un buon governo dell’ex Ministro Fabrizio Barca, trovandovi numerosi spunti di riflessione utili per il dibattito politico sulla forma-partito.

Vorrei provare a problematizzare alcune questioni che Fabrizio nella sua Memoria affronta. Se l’aspetto organizzativo e metodologico è declinato nei dettagli e risulta condivisibile nelle finalità che intende raggiungere, per espressa volontà dell’autore la parte contenutistica, ideale e valoriale, in sostanza “politica”, è soltanto accennata nell’Addendum. Nella Memoria è toccata nel capitolo 5, dedicato alla descrizione del “partito nuovo”. Tale partito poggia su “alcuni convincimenti generali” che ne contraddistinguono la natura “di sinistra”, l’identità del quale non deve diventare una trappola.

Tre mi sembrano gli elementi sui quali concentrare l’attenzione nelle affermazioni di Fabrizio.

Da una parte, la volontà di collocare l’appartenenza del partito nuovo all’area storicamente connotata come “sinistra”. La demarcazione nasce con la Rivoluzione francese e dà origine alla modernità politica: sancisce il passaggio dell’autorità dallo spazio gerarchico verticale al confronto orizzontale, dalla staticità al dinamismo, e dalla rappresentanza organica, “per ceto”, alla partecipazione individuale. In Italia il dibattito politico sulla destra e la sinistra, dopo il crollo del Muro di Berlino e l’inizio della “Seconda Repubblica”, è tornato di attualità: se Bobbio nel 1994 sancisce l’irriducibilità dei due termini e identifica la sinistra come parte politica che “preferisce l’eguaglianza alla diseguaglianza”, Revelli nel 2007 si chiede se abbia ancora senso parlare di destra e sinistra, in un momento nel quale sembra che l’identità politica sia stata smarrita, in una crisi della rappresentanza bene esemplificata dalle difficoltà contemporanee della forma-partito. È interessante quindi notare come i più importanti contributi politici degli ultimi tempi riportino perentoriamente in auge la volontà di definire come campo d’azione del Partito democratico non tanto il centrosinistra, con o senza trattino, quanto “la sinistra”: i sottotitoli dei testi di D’Alema e Veltroni, così come il contributo di Fabrizio, ma anche il testo di Reichlin e Rustichini, lo dimostrano.

A fronte di questa definizione, il secondo elemento importante che l’autore sottolinea è la tematica identitaria, la quale non deve essere ridotta a una “trappola”, ma deve sapersi adattare, nella logica dello sperimentalismo democratico, alla trasformabilità delle posizioni. È possibile però condividere una riflessione politica e cercare di dare una lettura della realtà che sia in grado di trasformarla se non è chiara, sui temi fondamentali, l’identità del Partito democratico? Su problemi centrali come il lavoro, parola chiave anche per Fabrizio, quale chiave interpretativa propone il nostro partito? Cito dall’Addendum di Fabrizio il punto 6: “la separazione fra capitale (materiale e immateriale) e lavoro è caratteristica costitutiva del capitalismo: il capitale è controllato da “imprenditori” che traggono dal controllo l’incentivo stesso a innovare; il lavoro è posto in condizione di svantaggio contrattuale da tale controllo”. Veltroni, fondatore del Pd, nel suo ultimo libro si esprime in questi termini: “Altro che “Pirelli e Agnelli ladri gemelli”. Impresa e lavoro sono la stessa cosa, abituiamoci anche terminologicamente a capire che questa oggi, non nell’autunno caldo, è la verità italiana”. Sulla legge elettorale, sulla questione del finanziamento pubblico alla politica, sulle riforme costituzionali, qual è attualmente la posizione del Pd? Forse il problema del nostro partito finora non è stato tanto quello di essere chiuso in una trappola identitaria, quanto quello di non avere sciolto i nodi fondamentali dell’approccio politico alla contemporaneità. Lo ricorda anche oggi Bersani: ci siamo tenuti flessibili “fino al punto di essere, qua e là, cedevoli. Nella sostanza ci è sfuggita la radicalità della nostra alternativa e quanto fosse e sia controcorrente la nostra sfida. E’ tempo di chiarirci le idee fino in fondo.”

Come terza sottolineatura, Fabrizio parla di un partito che condivida “alcuni robusti convincimenti generali”, declinati nell’Addendum in un dodecalogo che si richiama, esplicitamente e numericamente, ai principi fondamentali della Costituzione italiana: giustizia, libertà, cittadinanza europea e sovranità, ripudio della guerra, cultura, lavoro e sindacato, beni pubblici, trappole del sottosviluppo, sperimentalismo democratico, temi etici, generazioni future e partiti. È la parte della Memoria da sviluppare, in quello che viene definito un “esercizio di scrittura”. Mi chiedo e chiedo a Fabrizio se sia possibile immaginare una nuova organizzazione per il Partito Democratico separando la discussione organizzativa da quella politica, come se i due elementi non fossero strettamente e inevitabilmente correlati. Basta e può “emozionare” una discussione che verta sul contenitore e meno sui contenuti? È necessario quindi individuare, nel metodo, la via da seguire per declinare un’identità di sinistra all’interno della società contemporanea.

Uno dei punti dai quali ripartire è individuato, nella glossa interpretativa alla tua Memoria, nelle parole “giustizia, libertà e lavoro”: esse introducono però la questione della rappresentanza sociale. In riferimento a questo tema, quali classi sociali intende rappresentare oggi il Pd? I risultati delle ultime elezioni hanno segnalato, come osserva Diamanti, uno sradicamento del partito dalle aree nelle quali geograficamente esso aveva in passato mantenuto una forte presenza e una riduzione della base sociale di riferimento: il 37% dei nostri elettori è costituito da pensionati, mentre abbiamo perso il 10% nella rappresentanza dei liberi professionisti e il 12% nella rappresentanza del ceto medio intellettuale, tecnico e impiegatizio. L’unico partito interclassista di massa è il M5S. Come stare oggi nel conflitto che è presente nella società contemporanea?

Luogo del conflitto difficile da governare oggi è anche il nostro partito: nell’ipotesi di Fabrizio, luogo del confronto, capace di creare “spirito di coesione fra gli iscritti e con i simpatizzanti che motiva l’impegno per finalità collettive”. Come ricreare uno spirito di coesione fra gli iscritti e all’esterno, quando anche negli ultimi tempi abbiamo sentito candidati alle elezioni dire di aver vinto “nonostante il Pd”, o tematizzare sfide amministrative come contese geografiche e localistiche, non politiche? Non sto dando un giudizio di valore nei confronti di chi si è così pronunciato, ma rilevo che tale situazione evidenzia una carenza di spirito comunitario.

E infine, raccolgo un’ultima sollecitazione da questo punto della Memoria: Fabrizio individua la volontà di disporre di un linguaggio condiviso con cui parlare all’interno e all’esterno del proprio partito. È una necessità che non può essere rinviata: ritrovare un linguaggio che sia capace di superare la diffidenza reciproca, l’atteggiamento difensivo, la mancanza di fiducia che si avverte con fastidio crescente in questi giorni nelle assemblee, sui social network, nei gruppi del nostro partito, anche in quello bergamasco. Il modo attraverso il quale descriviamo le cose le rende tali agli occhi di chi ci osserva, dentro e fuori il partito. Siamo e veniamo letti come ci descriviamo: ipercritici, diffidenti, divisi. Senza sciogliere i nodi identitari e ripartire verso un obiettivo comune, sarà però difficile risolvere questo problema. Lo ricorda anche oggi Pierluigi Bersani: “vogliamo essere un soggetto politico o semplicemente uno spazio politico?” Per diventare soggetto politico, sottolinea l’esigenza di ripartire dalle soggettività, non intese però come personalismi o come espressione baronie, e dalla sintesi, che non si faccia guidare da quelli che definisce i “rabdomanti del senso comune”. Ricorda: “ Questa necessaria discussione infatti non parla di noi, ma dell’Italia.”

In conclusione, quindi, credo che potrebbe essere interessante approfondire l’aspetto della politica nella Memoria: è necessaria, vista la complessità sociale che ci troviamo ad affrontare. Ma quale politica? Quella che Palme spiegava ai giovani: “La politica è desiderare qualcosa. […] Ma, naturalmente, questo desiderio deve andare in una direzione precisa e deve avere una meta. Noi, i socialisti, siamo sufficientemente temerari per desiderare qualcosa perché le idee sono la forza motrice della volontà, ma siamo anche abbastanza audaci per desiderare il cambiamento perché proprio il cambiamento può trasformare le utopie in realtà. Se si elimina la volontà con la sua base di teoria e di valori, se si elimina come fonte di energia anche il convincimento emozionale, la politica nei paesi democratici si trasformerà in qualcosa di grigio e triste. Forse, seguendo quel cammino, si potrà in modo frammentario migliorare qualcosa, ma mai si potrà cambiare la società. […] Il nostro obiettivo è liberarci il più possibile dalla pressione delle circostanze esterne, dando la libertà a ciascuna persona di sviluppare se stessa, secondo le proprie peculiarità e i propri desideri.”

La sinistra deve tornare a essere fattore attivo e a discutere sulle idee. Per questo, ringrazio Fabrizio di aver messo a disposizione del Pd questi spunti di riflessione, da cui partire per provare a immaginare un partito all’altezza delle sfide della contemporaneità.

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2 risposte a “Prove di sperimentalismo democratico: una serata con Fabrizio Barca

  1. E’ liberante la prospettiva presente nella citazione di Palme! Soprattutto messa a confronto con le analisi e le proposte di Barca e altri. Mi è spiaciuto non essere presente alla serata di domenica, per rendere il partito democratico adeguato alle domande della condizione presente la strada è ancora lunga, cercherò di fare anch’io la mia parte. Grazie per questa riflessione

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